Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della Sera, racconta il rapporto con Valter Lavitola, conosciuto nell’ottobre scorso al ristorante Cefalù, frequentato anche da politici, giornalisti e da Sigfrido Ranucci. Mieli spiega che il faccendiere gli parlò dell’idea di testare un possibile leader del centrosinistra, senza però nominare Ranucci. Lui pensò potesse trattarsi di Nicola Gratteri e giudicò l’ipotesi "demenziale".
Per evitare un incontro, Mieli, come racconta al Fatto, chiese a Lavitola di inviargli direttamente il sondaggio. Lo ricevette il 7 giugno e, due giorni dopo, rispose soltanto "perfetto". "In quel sondaggio non c’è neanche una riga, neanche una sillaba mia. Né un consiglio", sottolinea, spiegando di aver agito così per non essere coinvolto nell’inchiesta.
Mieli aveva definito ironicamente la vicenda una "bomba d’amore" per Ranucci, escludendo che il giornalista fosse consapevole di quanto stava accadendo. Ora, però, guarda agli sviluppi dell’indagine con maggiore attenzione: "Credo che adesso arriverà il bello".
Il punto centrale, secondo Mieli, è individuare il vero mandante. Il rapporto tra Lavitola e Ranucci durava dal 2019 e proprio questo elemento alimenta i suoi dubbi: "Lavitola davvero avrebbe investito 7 anni della sua vita per far destituire Ranucci dalla conduzione di Report?". Mieli ipotizza quindi che qualcuno possa essersi inserito nella loro relazione per organizzare un’azione contro il giornalista.
Quanto a Ranucci, Mieli lo conosce da vent’anni e ritiene che "rimarrà dov’è, perché non ci sono gli estremi per sostituirlo".